E così siamo andate. Dopo tre giorni di promesse mancate per un senso di nolontà che non ho voluto indagare, ma anche per preoccupazioni tipicamente adulte (peli in ricrescita, camuffati non troppo bellamente, da un'abbronzatura sbiadita), ma anche perché abbiamo fatto tante cosine (panini al latte, dolcetti cuoriciosi, un fantastico paio di superga di lamè glicine, con annessa querelle sul numero : “io calzo 27, no minou il 27 ti fa venire le bollicine..allora proviamo il 28. Ma questo 28 mi cade dal tallone, meglio il 27 mamma…) alla fine siamo andate. Nel meraviglioso mondo dell’acqua, sotto forma di piscina, il Tibidabo.
Con la gioia delle prime volte, che solo i bambini sanno trasmettere, ci siamo fiondate da pocoyo (emme-minou-mobile) alla volta della meta agognata. Per i primi dieci scalini, borbottavo e mugugnavo. Poi mi sono detta: torna bambina. Poi mi sono detta, guardale gli occhi brillano. Con questa certezza ineluttabile, sono scivolata nel mio personale mondo da quattrenne.
In macchina, con remedios a gola spiegata di gabriella ferri, abbiamo urlato la nostra emozione e, propri lì, quando la colombo diventa un trampolino verso il mare, eravamo incontenibili. Con le ali.
Vento urticante. Non ci siamo fermate.
Catena bianca e rossa all’ingresso della piscina. Non ci siamo fermate.
Bagnino assente e probabilmente a schiacciare un pisolino. Non ci siamo fermate.
Sono appena le cinque, la piscina chiude alle sei.
Fa un po’ freschetto…niente da fare. Minou era già in acqua. Quantomeno con il pensiero. L’adulta che è in me, ha tentennato. Ha indossato degli occhiali di tartaruga, veramente pesanti, e ha intimato: “guarda che, non appena, mi accorgo che hai le labbra nere o che tremi, usciamo!” “ Si, mamma”. Ma già ero meno convinta.
Eravamo solo io e lei. Il bagnino. Lo scivolo giallo. I peli. E un senso di pienezza da incantato stupore.
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