Con lui cammina. non chiede di stare in braccio. dondola la mano nella sua con l'esuberanza di una piccola donna. con lui va a comprare il gelato. una vocina flautata. e lui, zac, indossa la felpa, quella blu, che lo fa bello, bello assai, da mangiare. quando torna spumeggia “mamma, mamma”. afferma. gioisce. abbraccia. il muso incioccolatato.
con lui chiude la porta della stanza e gli dice di non entrare, perché la sera torna tardi e si è dimenticato di lei. emme a volte interviene. a volte tace. a volte si rifugia nell'etere.
con lui fa le facce shark. da squalo. le onomatopeie che a emme danno tanto fastidio. pow - pow, in coro. due goliardi coetanei.
con lui si ritrae al risveglio. e con perentorietà acerba e immediata comanda: voglio stare all' angolo.
a volte, quando li vede dondolare mano nella mano, dalla terrazza, emme pensa di avere ricevuto il suo pausillipon. la sua interruzione. e la guarda con struggimento. con la nostalgia di una cosa che poteva essere e non sarà perché questo amore in boccio ha il clamore del distacco. ma non fa male. è solo che accade perché deve accadere. e confessa, senza vergogna, che ieri ha tirato minou fuori dalla sua culla, che troneggia davanti al lettone come un soprammobile impolverato.
"mamma, mi copri?". "si".
ma il cuscino le sembrava troppo grande per una testa sola.
capelli confusi nei capelli. respiri confusi nei respiri.
un desiderio intenso di averla accanto. perché ancora si può.
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